L’altra sera è sorta una piccola diatriba tra me ed una mia amica circa la scultura di Apollo e Dafne. È del Canova o del Brunelleschi?
Sorpresa! Non è né di uno né dell’atro, ma bensì del Bernini!..e fu il trionfo dell’ignoranza.
Comunque, devo spezzare una lancia (o un’arancia) in favore della mia contendente – Isa – che sosteneva fosse del Canova perché esposta a Villa Borghese a Roma. In effetti l’opera è proprio a Villa Borghese, dove sono conservate alcune sculture di quel burlone del Tony Canova…ed ecco svelato l’inganno.
A dubbio risolto, durante le mie ricerche ho anche scoperto donde provenne l’idea che fece al Bernini scalpellar cotanta leggiadria marmorea: ma dal buon Publio Ovidio Nasone! Celeberrimo poeta latino che scrisse Le Metamorfosi.
In sostanza, la storia è questa: Apollo (Febo per i romani), facendosi beffa di Cupido, lo irritò decisamente. Questo per vendicarsi scagliò verso di lui una freccia d’amore e verso Dafne – che era una nifa che viveva tra boschi e fiumi - un dardo di repulsione. Apollo innamorato, si mise così a rincorrere Dafne che invece lo fuggiva con quanta più forza potesse. Infine, stremata dalla corsa e con Apollo alle calcagna, la bella ninfa chiese a suo padre – dio dei fiumi e dei boschi – di far qualcosa per evitare d’esser posseduta da Febo così bramoso di passione. Il padre allora trasformò Dafne in una pianta d’alloro.
Ovidio chiude la storiella facendo dire ad Apollo: “Se non puoi essere la sposa mia, sarai almeno la mia pianta. E di te sempre si orneranno, o alloro, i miei capelli, la mia cetra, la faretra e il capo dei condottieri latini, quando una voce esultante intonerà il trionfo e il Campidoglio vedrà fluire i cortei.”
Se interessa a qualcuno, Apollo e Dafne è nel primo libro de “Le Metamorfosi” dal verso 459. È poi lunga due paginette, ma è scritta davvero alla grande (io non so il latino, quindi ho solo letto la traduzione in italiano). Inoltre D’Annunzio – l’odiato performante poeta – ha scritto versi davvero belli su questa vicenda.
